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  • Metadata

    • Document type
      Review (monograph)
      Journal
      sehepunkte
      Author (Review)
      • Zecchini, Giuseppe
      Language (Review)
      Italiano
      Language (Monograph)
      English
      Author (Monograph)
      • Atkins, Jed W.
      Title
      Roman Political Thought
      Year of publication
      2018
      Place of publication
      Cambridge
      Publisher
      Cambridge University Press
      Series
      Key Themes in Ancient History
      Number of pages
      XVII, 239
      ISBN
      978-1-107-51455-3
      Subject classification
      Political History, Social and Cultural History
      Time classification
      until 499 AD → 999 - 1 BC, until 499 AD → 1st - 5th century AD
      Regional classification
      Ancient World → Roman Empire
      Subject headings
      Römisches Reich
      Politisches Denken
      Original source URL
      http://www.sehepunkte.de/2019/02/32031.html
      recensio.net-ID
      d2316aa5e2884951834718661b9111f2
      DOI
      10.15463/rec.956083473
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Jed W. Atkins: Roman Political Thought (reviewed by Giuseppe Zecchini)

sehepunkte 19 (2019), Nr. 2

Jed W. Atkins: Roman Political Thought

Questo volume di sintesi sul pensiero politico romano chiarisce sin dall'Introduzione tre delle sue principali caratteristiche: 1) è rivolto a studenti americani non tanto classicisti quanto soprattutto di scienze politiche e, più in genere, a lettori americani o, per lo meno, interessati alla cultura politica degli Stati Uniti; 2) si concentra sul periodo repubblicano, e in particolare su Cicerone, sia pure con prolungamenti in età imperiale e sino ad Agostino; 3) non è articolato per autori, come il recente D. Hammer [ 1 ] e non tenta di confrontare le idee degli uomini di cultura con la prassi degli uomini politici, come il coevo G. Zecchini [ 2 ] ma organizza la propria materia per temi.

In 7 capitoli Atkins tratta della 'costituzione' romana sulla base delle riflessioni di Polibio e Cicerone (11-36), della libertas e della partecipazione alla vita politica (37-62), della cittadinanza e delle virtù civiche o, se si preferisce, del sistema di valori che reggeva la società romana sino alla sua profonda trasformazione che si coglie nell'agostiniano De civitate Dei (63-90), della corruzione e della gratitudine (91-111), del ruolo della retorica nella vita politica romana (112-135), della religione pubblica (136-165), del bellum iustum , il cosiddetto 'imperialismo' romano e il 'cosmopolitanismo' imperiale (166-191). Seguono brevi conclusioni sull'attualità dell'esperienza politica romana (191-199).

Va subito premesso che il libro è scritto assai bene, in forma accattivante e si lascia leggere con vivo interesse. Ogni capitolo è introdotto da una breve messa a punto delle moderne posizioni sul tema: p.e. nel capitolo II si parte dalla classica bipartizione della libertà degli antichi e dei moderni in B. Constant per approdare alla distinzione tra la 'libertà negativa' di I. Berlin e la libertà ben più esigente e propositiva di pensatori 'neorepubblicani' come Q. Skinner e P. Pettit, che si rifanno esplicitamente al concetto romano di libertas ; poi, al centro del capitolo, si analizza il medesimo concetto negli autori antichi; infine, con procedimento perfettamente circolare, si procede al confronto tra Romani e contemporanei: Roma antica ci dimostra che l'uguaglianza di fronte alla legge, l'esercizio del voto e i diritti individuali possono coesistere in una società paternalistica e socialmente bloccata o addirittura sotto il governo di un autocrate; d'altro lato il dibattito avvenuto nella tarda repubblica ci ammonisce che una libertà priva di partecipazione politica e di diffusione della proprietà è mutila e insufficiente.

I capitoli IV e V sono senza dubbio i più originali e sorprendenti. Come gli antichi stessi, Polibio e Sallustio in particolare, ci indicano, la corruzione nella vita politica nasce dall'avidità e dall'insoddisfazione, per cui non ci si accontenta di quanto ottenuto e si desidera sempre di più; il rimedio più efficace è indicato da pensatori epicurei come Epicuro stesso e soprattutto Lucrezio, che educano ad accettare il limite della condizione umana come una benedizione e a provare un sentimento di gratitudine nei confronti degli altri e della società: la gratitudine viene ad assumere un elevato valore politico nella misura in cui ci trattiene dall'illegalità volta a procurarci la realizzazione di ambizioni smodate. L'arte della retorica è spesso vista nel nostro tempo come l'arte di ingannare il prossimo, ma l'appassionato dibattito antico (basti pensare al tacitiano Dialogus de oratoribus ) ci ricorda che l'efficacia retorica di un discorso è legata alla capacità di collegarsi a un insieme di valori etici condivisi, di persuadere svolgendo argomentazioni accettabili dalla platea, a cui ci si rivolge: tra retorica e istituzioni politiche vige quindi una stretta e non trascurabile relazione.

Data la complessità dei temi trattati c'è spazio per sollevare qualche dissenso e individuare qualche lacuna. Nel I capitolo si attribuisce a Polibio una dottrina della separazione dei poteri (24) che è, a mio avviso, una dottrina della separazione delle funzioni: stiamo attenti a non fare di Polibio un Montesquieu ante litteram ; inoltre non si rileva (28) la radicale differenza tra Polibio e Cicerone sul ruolo della religione, semplice superstizione per il Greco, fondamento della repubblica per il Romano. Nel II capitolo si nega l'esistenza di diritti umani o naturali nel pensiero romano (44); non sarei così sicuro: il servi sunt, immo homines di Seneca ( Ep. ad Luc. 47,1) non è citato, ma è tanto lontano dal concetto aristotelico di 'schiavo-macchina' quanto vicino al 'non c'è schiavo, né libero' di Paolo ( Gal . 3,28). Nel III capitolo sarebbe stato opportuno rilevare come delle 4 virtù del De officiis ciceroniano due ( virtus e iustitia ) restano nel clupeus virtutum di Augusto, ma le altre due ( sapientia e decorum ) sono sostituite da clementia e pietas ; inoltre la dialettica tra giustizia del sovrano e ossequio dei sudditi, registrata a proposito dell' Agricola di Tacito (84), si coglie già nella Vita di Attico di Nepote. Nel IV capitolo si poteva evitare (104) l'attribuzione ai Romani di una gift economy , che è un'invenzione moderna priva di riscontri nelle fonti, e stupisce che si analizzi il pensiero politico di Plutarco attraverso le Vite di Pirro e Mario e non attraverso gli opuscoli politici. Nel VI capitolo si attribuisce a Cicerone un generico scetticismo sulla divinazione (141), che riguarda in realtà solo gli aruspici, non il collegio degli auguri e quindi non la religione ufficiale, e stranamente si denomina procurator il prefetto di Giudea (148); l'intero capitolo è però ammirevole per equilibrio e lucidità di giudizio. Infine nel VII capitolo non si dovrebbe dimenticare mai che il discorso di Calgaco in Tacito (175) è solo la prima parte di un'antilogia completata dal discorso di Agricola, senza dubbio condiviso da Tacito stesso; va aggiunto che l'analisi della teoria della guerra giusta e il rilievo dato al contributo di Agostino, che non nega l'esistenza di guerre giuste, ma le priva di ogni aureola di gloria (183-4), è davvero brillante.

Il libro di Atkins è nel complesso un'eccellente sintesi tematica sul pensiero politico romano e se ne raccomanda la lettura sia come introduzione all'argomento, sia per talune singole analisi di notevole spessore critico. Dal confronto tra cultura politica romana e cultura politica liberal negli Stati Uniti di oggi si ricava che la prima era più rispettosa dell' 'altro' e meno ipocrita.


Note :

[ 1 ] Dean Hammer: Roman Political Thought. From Cicero to Augustine, Cambridge 2014.

[ 2 ] Giuseppe Zecchini: Il pensiero politico romano, Roma 2018.